Il padre. La porta del successo nella vita. 

Al giorno d’oggi è facile assistere a fatti di cronaca di ragazzi ribelli sempre contro qualcosa o qualcuno, scontri con autorità, baby gang, il vivere «contromano», il girare a vuoto senza concludere nulla, il non assumersi responsabilità, l’irrequietezza, la smania, l’aggressività e gli atteggiamenti che giungono fino alla psicosi, e come osservatrice mi chiedo spesso chi e cosa manchi nella vita di questi giovani. Lo studio pluriennale di Bert Hellinger, dapprima teologo poi psicoterapeuta e nella parte finale della sua esistenza, filosofo, è un tesoro di preziosi insegnamenti. La sua attenta osservazione ha mostrato come l’amore, per fluire libero all’interno di un sistema, di una famiglia, dipenda dal rispetto di tre ordini fondamentali: l’appartenenza, la gerarchia e la compensazione del dare e del prendere e come ogni membro agisca mosso da tre livelli di coscienza: individuale, collettivo e spirituale. Alla luce di questo, ognuno di noi, si muove agito da qualcosa di più grande, che è nella nostra storia familiare, alle nostre spalle, e condotto dallo spirito. Noi crediamo di essere liberi, di pensare con la nostra testa e di fare secondo nostre specifiche volontà, ma in quanto discendenti di una stirpe, siamo interconnessi da legami. Il legame è l’istanza di appartenenza: ciò che ogni membro deve osservare per conservare la propria inclusione al gruppo. E in natura, l’appartenenza al gruppo è un bisogno fondamentale: “Se appartengo al branco sopravvivo, se vengo escluso dal branco muoio”. Ci sentiamo quindi in buona coscienza (innocenti) se il nostro comportamento, il nostro pensiero e le nostre azioni sono in linea con le leggi che vigono nel gruppo (ad esempio, la famiglia), ed in cattiva coscienza (colpevoli) quando veniamo meno a tutto questo. Infatti, la colpa è il prezzo da pagare per uscire dai confini della famiglia o del gruppo (questa accezione della colpa non ha naturalmente a che vedere con la colpa personale, che è conseguenza di azioni gravi o di omissioni). Affrontare la colpa, dopo aver onorato la propria famiglia, i sacrifici e i doni che ha prodotto, è un passaggio importante nel diventare adulti e nell’andare nel mondo. Negli studi sistemici, abbiamo una conferma di come i traumi siano transpersonali e trasmissibili di generazione in generazione. Le costellazioni familiari e spirituali hanno ampiamente dimostrato che ci sono eventi che impattano anche su interi popoli e dunque esiste una coscienza che trascende l’individuo e lo lega a più gruppi di riferimento. 

Riporto l’esperienza di un figlio d’arte, Achille Costacurta, figlio di Martina Colombari e Billy, un ragazzo dall’esperienza travagliata e sofferta (come molti altri) ma che mostra, in maniera spiccata, come agiscono le trame sottili della famiglia e del destino dei nostri predecessori, oltre indubbiamente alla nostra specifica storia, lo scenario di nascita e la nostra coscienza individuale. 

Leggo un’intervista rilasciata da Achille, nome che secondo la psicogenealogia si collega al mito dell’eroe greco, con i suoi significati psicologici che ruotano attorno al coraggio, alla forza, ma anche alla vulnerabilità (il tallone d’Achille) e alla personalità combattiva, e il mio sguardo “dietrologico” si amplia alla ricerca delle cause al suo “male di vivere”. Mi pare evidente, dalle esperienze che narra, che il grande assente nella sua anima sia il Padre, l’archetipo dell’ordine, della legge, della disciplina, della difesa e della conquista. Achille Costacurta dice: «Volevo suicidarmi con 7 boccette di metadone. Ho anche chiesto l’eutanasia». Parla di droga, dei TSO, della diagnosi di ADHD, del tentativo di morire e dell’assenza totale di un motivo per esistere. Tutto tende al flusso d’amore interrotto nella linea maschile, forse già alle spalle del padre. Faccio così qualche ricerca sulla vita di Alessandro Costacurta, detto Billy e trovo quello che supponevo. Billy è il secondo di tre fratelli, una quarta sorella è morta in tenera età ed ha perso il padre quando aveva 17 anni. Trovò in Fabio Capello e Cesare Maldini le figure che lo aiutarono a superare quel momento difficile. Costacurta sottolinea come la disciplina e la professionalità di Capello non togliessero spazio alla vicinanza umana, un rapporto che ancora oggi lo commuove e che ha nutrito con costanza e nel tempo quel vuoto che nessun figlio vorrebbe sperimentare. Il movimento interrotto con il padre si manifesta in una separazione precoce, quando il padre non ha alcun legame interiore con il suo, in caso di adozioni o quando il padre biologico viene nascosto o rifiutato, e produce effetti non soltanto sulla psiche, ma anche sulla leadership, la capacità di conquistare un territorio, avere un lavoro e risorse economiche, mantenere vivo un rapporto sentimentale con una donna, sostentare la propria famiglia, proteggerla dai pericoli. Achille, attraverso la sua storia, sta comunicando. Verso chi guarda? Chi sono i grandi esclusi a cui tende? La dipendenza (da alcol, droghe, fumo così come da internet) sostituisce la mancanza del padre: «Io sono dipendente da te, caro Papà. Non ho mai abbastanza di te». In tutto questo emerge anche l’irretimento con il padre Billy, che ha in sé un grande vuoto nell’anima, la morte precoce di suo padre. Il figlio, facendosi carico dell’amore interrottosi alle spalle di suo padre, porta avanti questo grido di dolore e lo palesa nel mondo: «Papà lo faccio io al posto tuo». Il fumo a 13 anni, la mescalina a 18, la colluttazione con la polizia, i TSO e il tentativo di suicidio. E in questo chi voleva raggiungere Achille? Chi gli mancava così tanto, magari oltre al nonno che non ha mai conosciuto? Forse la sorellina del papà, morta in tenera età, la sua piccola zia, mai conosciuta ma che per diritto di appartenenza, ha il suo posto in famiglia da onorare. “L’invisibile domina il visibile” e spesso chi non abbiamo conosciuto, agisce in noi senza che ne siamo consapevoli.

Osservando qualche foto di questo giovane, ho il sentore che c’entri anche il suo scenario di nascita e magari il fatto che sia un gemello superstite. Molti bracciali e qualche tatuaggio, oltre a quello che sono riuscita a leggere di lui, certo non possono dire molto, ma abbastanza per comprendere che, oltre alla coscienza individuale, su di noi agisce la coscienza della stirpe che ci trascina in un destino non nostro, come il copione di un film: un film che altri membri della famiglia, prima di noi, hanno rifiutato di guardare e che uno arrivato dopo mette in scena da protagonista, per compensare l’esclusione.

I tatuaggi sono un segno d’identificazione, di riconoscimento, di comunicazione con l’esterno. Possono esprimere un non sentirsi liberi, se pensiamo ad esempio, ad una categoria di uomini nel passato come pirati, prigionieri, schiavi, gladiatori, soldati e mercenari. Possono indicare qualcuno da cui ci sentiamo separati: «Ti mostro agli altri», «Ti porto sulla mia pelle», perché nell’anima fa troppo male. Piccoli simboli, animali, figure geometriche come cerchi e triangoli, frasi poetiche o citazioni sentimentali sulla mancanza, sul vuoto, sul senso della vita, persino sulla morte, sono memorie inconsce della perdita di un gemello in utero o di fratelli e sorelle di cui si conosce solo a livello sottile, scomparsi o abortiti prima della nascita o pochi anni dopo.

E sui sogni di questo giovane mi apro alla riflessione: «L’unica cosa che mi fa avere le farfalle nello stomaco come l’amore sono i ragazzi con la sindrome di down. Perché non l’hanno scelto loro. Non è una persona che si è drogata e adesso è in mezzo alla strada. È una persona che non ha scelto di nascere così. Io li devo aiutare. È una delle poche cose che mi fa essere troppo felice. Il mio obiettivo è creare centri con i miei ideali, con i cavalli per fare ippoterapia, viaggi che voglio far fare, day hospital che voglio creare, devono essere davanti al mare, ogni ragazzo deve avere il suo labrador che lo porta a fare il bagno, farli venire anche dall’Africa perché nella religione vudù se sei albino, se sei autistico, se sei down ti ammazzano». Chissà chi parla attraverso Achille. Chissà chi è stato ammazzato perché diverso o escluso per vergogna. Certo è che, chi si pone a servizio dell’altro, è colui che ha attraversato la tempesta e l’inferno: «Conoscere la propria oscurità è il metodo migliore per affrontare le tenebre di altre persone», diceva C.G. Jung.

Anche la madre di Achille è attiva nel sociale, come volontaria e testimonial per la fondazione Francesca Rava, che aiuta bambini, adolescenti, donne fragili e nuclei famigliari in Italia e in Haiti e attivista al progetto Every Child Is My Child. Sembra quasi che l’attenzione di questa famiglia sia verso qualcuno lontano non più tornato e verso dei bambini che hanno sofferto.

Conoscere la grande opera di Bert Hellinger può fare davvero la differenza: se le famiglie, nel tempo, rimettono a posto tutto ciò che è restato sospeso o rimandato perché troppo doloroso, i destini di tutti si semplificano e si sperimentano più salute, più gioia, più armonia. E come facilitatrice sistemica, sono consapevole che questo aiuto è retroattivo, non è rivolto solo all’individuo nel presente ma risana la stirpe. Per questo l’osservazione, la ricerca della persona esclusa o rifiutata può essere l’inizio di un reale processo di guarigione. 

E il mio grazie va anche a te papà, per essere la persona che sono e per avermi insegnato che la vita è un dono da far brillare nel mondo ogni giorno con il nostro modo di pensare, di essere e di agire. Oggi è la commemorazione dei defunti e tu te ne sei andato il 30/07/25. Forse non è un caso che io, in questa giornata, abbia scritto dell’importanza del Padre.