La normalità del suicidio assistito 

Da poco più di un mese emergono notizie che spingono a una profonda riflessione sul senso dell’esistenza e sulla nostra evoluzione. In cuor mio ho sempre sostenuto l’eutanasia nei casi in cui la persona perde dignità, forza, sia gravemente danneggiata, malata, in un vicolo senza ritorno o ridotta ad un vegetale, tenuta in vita solo tramite macchinari e accanimento terapeutico. Ho sperimentato il dolore anche quando il mio amato papà aveva i giorni contati e potevo solo garantirgli un trapasso medicalmente assistito per lenire la sua condizione e donargli quel sollievo e quel benessere per congedarsi da questa dimensione, in modo degno e amorevole. 

La prima notizia a destare la mia riflessione, e mi auguro quella di molti, è stata <<l’uccisione assistita>> di Siska De Ruyssche, cittadina belga di 26 anni, malata di depressione cronica dall’età di 14 anni, quando aveva già tentato il suicidio. Risulta che abbia dichiarato di essere “il prodotto di un sistema fallimentare” per le carenze, i limiti e le colpe del servizio sanitario nazionale da cui è stata maltrattata e abbandonata. 

Sono arrivata a chiedermi se questa ragazza sia veramente esistita o se tutto fosse stato creato da una manipolazione specifica. Purtroppo, non ho trovato nessuna notizia di lei oltre questo tragico epilogo, ed il profilo su un noto social mi appare evidentemente falso…ma tralascio questo aspetto e mi concentro sulla comunicazione di alcuni social media. Appaiono foto con tanto di messaggi: “Ho subito bullismo alle elementari e all’asilo”, “La prima volta che ho tentato il suicidio ero adolescente e soffrivo di depressione”. “A 17 anni sono andata in un ospedale psichiatrico. Cercavo la pace ma ero chiusa in una cella come un criminale”, “Ho fatto numerosi ricoveri ma la depressione è rimasta. Ero esausta”, “Quando ho ottenuto l’ok per l’eutanasia ho provato un senso di pace. Ora so che c’è una data di scadenza”. Ho così rivissuto la mia depressione, durata alcuni anni, a partire proprio dai 14 anni, in uno scenario normale, con due genitori esemplari che si son sempre dati da fare tra lavoro, accudimento, presenza, amore e affetto. Ma io stavo male. Io non volevo vivere. E ho messo ripetutamente a rischio la mia vita, in molti modi. Lo spirito mi ha preservato! Ce l’ho fatta a trovare un senso a questa esistenza, che mi sembrava così “cattiva” e che oggi amo così profondamente ed intimamente. La mia depressione è stata la mia più grande lezione, la mia benedizione. Da lì ho risalito la china e se oggi sono la persona che sono, a servizio della vita e degli altri, è proprio perché ho incontrato “il male di vivere”.

Ricordo che a scuola ero affascinata dai poeti maledetti, uomini ribelli ed incompresi, dallo stile di vita tormentato, lontano dalle norme sociali e spesso segnato dal vizio e dall’isolamento. Nonostante la maledizione, non erano solo vittime passive; c’era in loro una ricerca “assoluta” dell’immaginazione e dell’espressione, che li portava a esplorare i recessi più profondi dell’animo umano. Esaltavano l’irrazionale, l’inconscio e il mistero, utilizzando l’intuizione, il sogno e la sinestesia come strumenti conoscitivi. 

Fu proprio tramite quel male di vivere che giunsi a conoscermi, in un viaggio di risalita dal basso all’alto, proprio come il loto che affonda le sue radici nella melma. Così è la rinascita spirituale che attraversa le avversità della vita e giunge allo sviluppo dell’individuo in corpo, mente e anima. Ho nel tempo ricondotto quel dissidio interiore ai fili sottili che ci muovono come marionette nel teatro esistenziale. La depressione ci parla di chi ci manca, nel cuore e nell’anima. Di persone che abbiamo respinto o rifiutato, di persone che sono all’improvviso scomparse, di volti che non abbiamo mai incontrato ma che sono registrati nella memoria sistemica familiare e che riemergono per prendere il loro giusto posto. Nel leggere le parole di Siska «Anche vestirsi o alzarsi dal letto era diventato impossibile», mi sono domandata con chi volesse sdraiarsi, chi volesse raggiungere con la sua morte, chi gli mancasse dentro così tanto da gridarle tutto quel dolore. E chissà se altri prima di lei nella sua famiglia, come credo sia stato.  

Da questa notizia ad un’altra solo qualche giorno. Diego Dalla Palma, 74 anni, profeta del make-up e figura iconica della cultura estetica italiana: “Ho programmato la mia morte…E se devo essere sincero, ho già organizzato tutto. Con un avvocato e un notaio”. Dalla Palma racconta la fatica del corpo che invecchia: “Alzarmi al cinema o a teatro è diventata una piccola umiliazione. Devo cambiare le mutande due volte al giorno. La mente non è più quella di prima. È vita questa?”. E aggiunge: “Ho salvato i miei genitori dalla miseria, per quanto potevo. Ma io come affronto il finale? Ho quattro soldi che mi permetteranno qualche sorriso, ma la vittoria sarà solo se potrò andarmene a modo mio”.  

Sorge spontaneo chiedersi: il senso della vita dove sta? Le fasi dell’esistenza e la ciclicità delle stagioni, la maturità, l’accrescimento evolutivo e spirituale? Ma davvero siamo solo un corpo che, se perde di tono ed elasticità, se invecchia, è da eliminare da questa realtà? A me sembra che il messaggio subliminale sia: “Non vali nulla togliti di mezzo”, “Sei un peso per la società, eliminati”. Ciò che viene “legalizzato” finisce inevitabilmente per essere percepito come giusto e auspicabile ed agisce come pressione sociale su fragili e malati, spingendoli a “farla finita” per non sentirsi un fardello.   

E si chiude il sipario dell’esistenza anche per le gemelle Kessler, inseparabili da sempre. Hanno deciso di morire nello stesso momento, scegliendo da tempo la data per uscire di scena, ricorrendo al suicidio assistito. Sembra che una delle due non stesse più in salute, e chissà, magari il fatto di sopravvivere alla morte della sorella non era tollerabile.

Avevano chiarito che per loro quella di spegnersi lentamente, perdendo autonomia e indipendenza, non era un’opzione. Come pure era inimmaginabile che una delle due potesse continuare a vivere senza l’altra. Non indago sulla scelta personale ma sul messaggio, la scelta del suicidio assistito come normalità. Forse perché per me la vita è così sacra e così preziosa che bisogna avere il coraggio di viverla fino all’ultimo istante essendo un dono inestimabile che ci viene da molto lontano.  A tal proposito cito il mio più grande insegnante, Bert Hellinger, che non ho mai conosciuto di persona, ma solo nei suoi scritti e nello strumento che ci ha donato, le costellazioni sistemiche e spirituali. Egli attraversò profondi travagli interiori che gli permisero di maturare un’esperienza concreta della realtà, e dei moti dell’anima. Giunse ad una comprensione dell’esistenza volta a trasformare le prove in opportunità di crescita alla quale possiamo attingere.  Ed è con questo suo scritto che vi lascio alla vostra riflessione.

“La vita ti disillude perché tu smetta di vivere di illusioni e veda la realtà. La vita ti distrugge tutto ciò che è superfluo, fino a che rimanga solo ciò che è importante. La vita non ti lascia in pace affinché tu smetta di combatterla e accetti ciò che è. La vita ti toglie ciò che hai, fino a che non smetti di lamentarti e inizi a ringraziare. La vita ti manda persone conflittuali affinché tu guarisca e smetta di proiettare fuori ciò che hai dentro. 
La vita lascia che tu cada una e un’altra volta fino a che ti decidi ad imparare la lezione. La vita ti porta fuori strada e ti presenta incroci fino a che non smetti di voler controllare e fluisci come un fiume. La vita ti pone nemici sul cammino fino a che non smetti di “reagire”. La vita ti spaventa tutte le volte necessarie a perdere la paura e a riacquistare la fede. La vita ti toglie il vero amore, non te lo concede né te lo permette, fino a che non smetti di volerlo comprare con fronzoli.
La vita ti allontana dalle persone che ami fino a che non comprendi che non siamo questo corpo ma l’anima che lo contiene. La vita ride di te molte volte, fino a che non smetti di prenderti tanto sul serio e impari a ridere di te stesso. La vita ti frantuma in tanti pezzi quanti sono necessari affinché da lì penetri la luce.
La vita ti ripete lo stesso messaggio con schiaffi e urla finché non ascolti. La vita ti invia fulmini e tempeste affinché tu possa svegliarti. La vita ti umilia e ti sconfigge fino a che non decidi di far morire il tuo Ego.
La vita ti nega i beni e la grandezza fino a che non smetti di volere beni e grandezza e inizi a servire. La vita ti taglia le ali e ti pota le radici, fino a che non avrai più bisogno né di ali né di radici, ma solo di sparire nella forma e volare dall’essere che sei. La vita ti nega i miracoli fino a che non comprendi che tutto è un miracolo. La vita ti accorcia il tempo affinché tu impari a vivere. La vita ti ridicolizza fino a diventare nulla, fino a diventare nessuno, così diventi tutto.
La vita non ti da ciò che vuoi, ma ciò di cui hai bisogno per evolvere. La vita ti fa male, ti ferisce, ti tormenta, fino a quando non lasci andare i tuoi capricci e godi del respirare. La vita ti nasconde tesori fino a che non inizi il tuo viaggio e non esci a cercarli. La vita ti nega Dio, fino a che non lo vedi in tutti e in tutto. La vita ti chiede, ti toglie, ti taglia, ti spezza, ti delude, ti rompe … fino a che in te rimanga solo AMORE”
(Bert Hellinger)