La coppia è un’architettura sistemica

Quando due persone si incontrano, si incontrano anche i loro sistemi familiari: “Siamo moltitudine che incontra moltitudini”. La coppia è un doppio irretimento in cui i partner sono inconsciamente legati a membri esclusi, dimenticati o con degli irrisolti nelle loro famiglie d’origine. Ogni persona è legata ad un’immagine di coppia che deriva dalla fedeltà ai campi della memoria con cui è collegata o intricata. Queste proiezioni impediscono di vivere nel presente e di vedere l’altro per quello che è. In una coppia c’è sempre una forza che tiene uniti, ossia l’Amore, e una forza che tende a dividere, ossia le coscienze familiari. Quando l’uomo guarda la donna deve sapere che dietro si trovano suo padre e sua madre, i nonni, i fratelli e le sorelle, un intero sistema. Lo stesso accade per la donna quando guarda l’uomo. Entrambi i sistemi attendono di poter portare a compimento qualcosa che è rimasto irrisolto nel passato. Entrambi i sistemi formano una comunanza di destini e desiderano risolvere ciò che è rimasto sospeso. E grande spazio ha, nelle vicissitudini conflittuali della coppia, la memoria di migranti e di amori o figli segreti. Il riversarsi dei sentimenti di un ramo nell’altro del sistema ha sempre lo stesso scopo: unificare, riportare alla luce, reincludere. La coppia è un mezzo di riconciliazione. Ed i conflitti, quindi, sono opportunità di crescita che consentono di rompere le fedeltà al passato e avvicinarsi ad una maggiore intimità.

La relazione di coppia rispecchia il rapporto che abbiamo con la madre e con il padre. Ma possiamo constatarlo anche nel lavoro e nella professione. Impariamo l’amore con i genitori. Il bambino apprende il modello di relazione uomo-donna osservando i genitori e, una volta diventato adulto, gli esempi ricevuti influenzeranno il modo in cui vivrà i ruoli all’interno di una relazione di coppia. I figli sono fedeli ai propri genitori, alla loro felicità e soprattutto alla loro infelicità. Se c’è stato un “movimento d’amore interrotto” verso il padre o la madre, ce ne sarà uno anche verso il partner. Quando il nostro amore verso i genitori scorre, fluirà anche verso gli altri. Volere cambiare il nostro partner, o volere che cambi, è una mancanza di amore e di rispetto. È il germe della separazione. Idealizzare qualcuno significa mancargli di rispetto. È il non vederlo per colui, colei che è. Il partner non è il padre né la madre. Nessun bambino riceve dalla madre e dal padre l’amore assoluto che desidera, le ferite e le delusioni fanno parte della vita. I sentimenti e i ricordi dell’infanzia man mano che si cresce, vengono repressi e nascosti nell’inconscio e il dolore represso si trasforma nel desiderio di qualcosa di cui da bambini si è sentita la mancanza. A causa di questo antico desiderio insoddisfatto, da adulti proiettiamo attorno a noi le immagini di papà e mamma sugli uomini e sulle donne che incontriamo, nell’infantile speranza di poter finalmente ricevere quanto ci è mancato. Quando ci innamoriamo speriamo che l’amore dell’altra persona possa curare le nostre ferite dell’infanzia, ci aspettiamo che il partner ci accetti completamente e ci ami così come siamo. Vogliamo quell’amore incondizionato che è l’immagine della mamma o del papà che avremmo sempre voluto avere. Da questa sovrapposizione di ruoli però hanno origine molti conflitti. Prima o poi le delusioni dell’infanzia, il dolore e la sofferenza d’un tempo vengono a galla: “Tu non mi capisci!”, “Tu non mi ami!”, rimproveri indirizzati in realtà ai genitori che vengono diretti al partner. Puntualmente l’altro poi non reagisce da persona adulta, ma anche lui da bambino deluso e ferito. Nessuno dei due vive davvero il presente. Non è mai un caso quando due persone diventano una coppia. Chi continua a sentirsi vittima dovrebbe assumersi la propria responsabilità e accorgersi che ripete il vissuto di un genitore per fedeltà: “Mi assumo la responsabilità di sentirmi una vittima. Io faccio proprio come mia madre/mio padre”. Talvolta l’origine di questo atteggiamento risale in realtà a una o due generazioni passate. Riconoscerlo significa compiere il primo passo per liberarsi dal ruolo di vittima. 

La dipendenza non è un rapporto tra adulti ma una relazione tra un bimbo piccolo e i propri genitori: “Starò sempre con te”, “Non ti lascerò mai”, “Se mi lasci, non sopravviverò”. Se un partner insicuro si appoggia sempre all’altro come sostegno, prima o poi si scontrerà con questo limite. Se l’altro pensa di poter essere quello che restituisce sicurezza e fiducia al partner, è destinato a fallire, in quanto si arroga il diritto di intervenire in qualcosa che non gli appartiene né gli compete. 

I pilastri della relazione di coppia sono: l’amore, la compensazione (il dare e il ricevere), la sessualità, l’intimità (o scambio affettivo) e la convivenza. L’esperienza della coppia è soggetta a tutti gli alti e bassi della vita, e sarà lo specchio dei conflitti irrisolti di entrambe le persone, o delle ingerenze dei loro sistemi familiari. Una relazione di coppia riesce se il dare e il prendere sono in equilibrio. Chi vuole solo ricevere è un bambino che non vuole crescere. Chi vuole solo donare vuole sentirsi superiore. Non ama. Quanto più uomo e donna reciprocamente si danno, tanto più è difficile che si separino; poiché questo reciproco dare e prendere collega. Grazie alla convivenza e allo scambio affettivo tra i due partner si può sviluppare l’intimità, lo stato più evoluto delle relazioni tra due adulti. Perché possa verificarsi intimità all’interno di una coppia, è necessario che entrambi i coniugi si siano separati dai genitori, che siano emotivamente indipendenti da loro per poter aver bisogno di un’altra persona. In questo modo i due potranno creare tra loro un legame, più importante di quello che avevano con i loro genitori. L’uomo rinuncia alla madre, la donna rinuncia al padre, per aver bisogno del suo compagno. L’uomo che rimane nella zona d’influenza della madre non ha rispetto per le donne. La donna che rimane nella zona d’influenza del padre non ha rispetto per gli uomini. Rimangono adolescenti, con i loro sentimenti di onnipotenza e di disprezzo per tutti gli altri. E quando i ruoli nella coppia si invertono, anche se di comune accordo, ad esempio l’uomo che si prende cura dei figli e la donna come capofamiglia, la coppia come tale cessa di esistere: l’uomo perde la sua forza di uomo e diventa figlio, compensando inconsciamente una frustrazione della prima infanzia, i figli veri perdono il posto e perdono il padre, la donna rivolge il suo sguardo fuori dalla famiglia, ed entrambi smettono di avere interesse e rispetto l’uno per l’altro in coppia.

Le infedeltà mostrano la pressione del sistema per risolvere qualcosa. Più comunemente mostrano una persona esclusa, uno dei coniugi rappresenta un precedente partner dei propri genitori e riproduce la relazione fallita di questa persona esclusa. Spesso chi si sente vittima di un’infedeltà l’ha causata lui stesso, intrappolato da una persona morta, rifiutando la vita, il sesso, la gioia di vivere. Nei triangoli stabili ognuno ha il suo ruolo e tutti sono necessari. Ad esempio, marito e moglie, dove la moglie funge da madre del marito e il marito ha una relazione stabile con un’amante che funge da sua compagna. E ciascuno, per la sua storia e il suo disordine, ha bisogno di questo triangolo. Quando si diventa l’amante di una coppia sposata, questa relazione funzionerà solo così: l’amante ha bisogno di qualcuno che non è disponibile. E l’uomo sposato è attratto solo finché non può convivere con la sua amante.

A volte, nonostante la sicurezza o l’intenzione di amarsi per tutta la vita, l’amore si deteriora e la separazione diventa il destino di entrambi. La vera ragione di una separazione viene dal passato, dal destino, da complessità inconsce, è un movimento di compensazione. Per poter fare bene una separazione è necessario rinunciare a cercare responsabilità, tenendo dentro al cuore ciò che di buono c’è stato, assumendosi la propria parte di responsabilità.

La coppia è un’architettura sistemica. Due famiglie si uniscono e il loro equilibrio dipende dal rispetto delle tre leggi dell’amore: appartenenza, gerarchia e compensazione.  L’amore consapevole vede l’altro per ciò che è, completamente diverso dalla propria madre e dal proprio padre. Entrambi i partner riconoscono di essere diversi, di provenire da famiglie diverse e di avere un destino diverso. Accettandosi in questo modo hanno forza alle loro spalle e pace nella relazione.

 

La normalità del suicidio assistito 

Da poco più di un mese emergono notizie che spingono a una profonda riflessione sul senso dell’esistenza e sulla nostra evoluzione. In cuor mio ho sempre sostenuto l’eutanasia nei casi in cui la persona perde dignità, forza, sia gravemente danneggiata, malata, in un vicolo senza ritorno o ridotta ad un vegetale, tenuta in vita solo tramite macchinari e accanimento terapeutico. Ho sperimentato il dolore anche quando il mio amato papà aveva i giorni contati e potevo solo garantirgli un trapasso medicalmente assistito per lenire la sua condizione e donargli quel sollievo e quel benessere per congedarsi da questa dimensione, in modo degno e amorevole. 

La prima notizia a destare la mia riflessione, e mi auguro quella di molti, è stata <<l’uccisione assistita>> di Siska De Ruyssche, cittadina belga di 26 anni, malata di depressione cronica dall’età di 14 anni, quando aveva già tentato il suicidio. Risulta che abbia dichiarato di essere “il prodotto di un sistema fallimentare” per le carenze, i limiti e le colpe del servizio sanitario nazionale da cui è stata maltrattata e abbandonata. 

Sono arrivata a chiedermi se questa ragazza sia veramente esistita o se tutto fosse stato creato da una manipolazione specifica. Purtroppo, non ho trovato nessuna notizia di lei oltre questo tragico epilogo, ed il profilo su un noto social mi appare evidentemente falso…ma tralascio questo aspetto e mi concentro sulla comunicazione di alcuni social media. Appaiono foto con tanto di messaggi: “Ho subito bullismo alle elementari e all’asilo”, “La prima volta che ho tentato il suicidio ero adolescente e soffrivo di depressione”. “A 17 anni sono andata in un ospedale psichiatrico. Cercavo la pace ma ero chiusa in una cella come un criminale”, “Ho fatto numerosi ricoveri ma la depressione è rimasta. Ero esausta”, “Quando ho ottenuto l’ok per l’eutanasia ho provato un senso di pace. Ora so che c’è una data di scadenza”. Ho così rivissuto la mia depressione, durata alcuni anni, a partire proprio dai 14 anni, in uno scenario normale, con due genitori esemplari che si son sempre dati da fare tra lavoro, accudimento, presenza, amore e affetto. Ma io stavo male. Io non volevo vivere. E ho messo ripetutamente a rischio la mia vita, in molti modi. Lo spirito mi ha preservato! Ce l’ho fatta a trovare un senso a questa esistenza, che mi sembrava così “cattiva” e che oggi amo così profondamente ed intimamente. La mia depressione è stata la mia più grande lezione, la mia benedizione. Da lì ho risalito la china e se oggi sono la persona che sono, a servizio della vita e degli altri, è proprio perché ho incontrato “il male di vivere”.

Ricordo che a scuola ero affascinata dai poeti maledetti, uomini ribelli ed incompresi, dallo stile di vita tormentato, lontano dalle norme sociali e spesso segnato dal vizio e dall’isolamento. Nonostante la maledizione, non erano solo vittime passive; c’era in loro una ricerca “assoluta” dell’immaginazione e dell’espressione, che li portava a esplorare i recessi più profondi dell’animo umano. Esaltavano l’irrazionale, l’inconscio e il mistero, utilizzando l’intuizione, il sogno e la sinestesia come strumenti conoscitivi. 

Fu proprio tramite quel male di vivere che giunsi a conoscermi, in un viaggio di risalita dal basso all’alto, proprio come il loto che affonda le sue radici nella melma. Così è la rinascita spirituale che attraversa le avversità della vita e giunge allo sviluppo dell’individuo in corpo, mente e anima. Ho nel tempo ricondotto quel dissidio interiore ai fili sottili che ci muovono come marionette nel teatro esistenziale. La depressione ci parla di chi ci manca, nel cuore e nell’anima. Di persone che abbiamo respinto o rifiutato, di persone che sono all’improvviso scomparse, di volti che non abbiamo mai incontrato ma che sono registrati nella memoria sistemica familiare e che riemergono per prendere il loro giusto posto. Nel leggere le parole di Siska «Anche vestirsi o alzarsi dal letto era diventato impossibile», mi sono domandata con chi volesse sdraiarsi, chi volesse raggiungere con la sua morte, chi gli mancasse dentro così tanto da gridarle tutto quel dolore. E chissà se altri prima di lei nella sua famiglia, come credo sia stato.  

Da questa notizia ad un’altra solo qualche giorno. Diego Dalla Palma, 74 anni, profeta del make-up e figura iconica della cultura estetica italiana: “Ho programmato la mia morte…E se devo essere sincero, ho già organizzato tutto. Con un avvocato e un notaio”. Dalla Palma racconta la fatica del corpo che invecchia: “Alzarmi al cinema o a teatro è diventata una piccola umiliazione. Devo cambiare le mutande due volte al giorno. La mente non è più quella di prima. È vita questa?”. E aggiunge: “Ho salvato i miei genitori dalla miseria, per quanto potevo. Ma io come affronto il finale? Ho quattro soldi che mi permetteranno qualche sorriso, ma la vittoria sarà solo se potrò andarmene a modo mio”.  

Sorge spontaneo chiedersi: il senso della vita dove sta? Le fasi dell’esistenza e la ciclicità delle stagioni, la maturità, l’accrescimento evolutivo e spirituale? Ma davvero siamo solo un corpo che, se perde di tono ed elasticità, se invecchia, è da eliminare da questa realtà? A me sembra che il messaggio subliminale sia: “Non vali nulla togliti di mezzo”, “Sei un peso per la società, eliminati”. Ciò che viene “legalizzato” finisce inevitabilmente per essere percepito come giusto e auspicabile ed agisce come pressione sociale su fragili e malati, spingendoli a “farla finita” per non sentirsi un fardello.   

E si chiude il sipario dell’esistenza anche per le gemelle Kessler, inseparabili da sempre. Hanno deciso di morire nello stesso momento, scegliendo da tempo la data per uscire di scena, ricorrendo al suicidio assistito. Sembra che una delle due non stesse più in salute, e chissà, magari il fatto di sopravvivere alla morte della sorella non era tollerabile.

Avevano chiarito che per loro quella di spegnersi lentamente, perdendo autonomia e indipendenza, non era un’opzione. Come pure era inimmaginabile che una delle due potesse continuare a vivere senza l’altra. Non indago sulla scelta personale ma sul messaggio, la scelta del suicidio assistito come normalità. Forse perché per me la vita è così sacra e così preziosa che bisogna avere il coraggio di viverla fino all’ultimo istante essendo un dono inestimabile che ci viene da molto lontano.  A tal proposito cito il mio più grande insegnante, Bert Hellinger, che non ho mai conosciuto di persona, ma solo nei suoi scritti e nello strumento che ci ha donato, le costellazioni sistemiche e spirituali. Egli attraversò profondi travagli interiori che gli permisero di maturare un’esperienza concreta della realtà, e dei moti dell’anima. Giunse ad una comprensione dell’esistenza volta a trasformare le prove in opportunità di crescita alla quale possiamo attingere.  Ed è con questo suo scritto che vi lascio alla vostra riflessione.

“La vita ti disillude perché tu smetta di vivere di illusioni e veda la realtà. La vita ti distrugge tutto ciò che è superfluo, fino a che rimanga solo ciò che è importante. La vita non ti lascia in pace affinché tu smetta di combatterla e accetti ciò che è. La vita ti toglie ciò che hai, fino a che non smetti di lamentarti e inizi a ringraziare. La vita ti manda persone conflittuali affinché tu guarisca e smetta di proiettare fuori ciò che hai dentro. 
La vita lascia che tu cada una e un’altra volta fino a che ti decidi ad imparare la lezione. La vita ti porta fuori strada e ti presenta incroci fino a che non smetti di voler controllare e fluisci come un fiume. La vita ti pone nemici sul cammino fino a che non smetti di “reagire”. La vita ti spaventa tutte le volte necessarie a perdere la paura e a riacquistare la fede. La vita ti toglie il vero amore, non te lo concede né te lo permette, fino a che non smetti di volerlo comprare con fronzoli.
La vita ti allontana dalle persone che ami fino a che non comprendi che non siamo questo corpo ma l’anima che lo contiene. La vita ride di te molte volte, fino a che non smetti di prenderti tanto sul serio e impari a ridere di te stesso. La vita ti frantuma in tanti pezzi quanti sono necessari affinché da lì penetri la luce.
La vita ti ripete lo stesso messaggio con schiaffi e urla finché non ascolti. La vita ti invia fulmini e tempeste affinché tu possa svegliarti. La vita ti umilia e ti sconfigge fino a che non decidi di far morire il tuo Ego.
La vita ti nega i beni e la grandezza fino a che non smetti di volere beni e grandezza e inizi a servire. La vita ti taglia le ali e ti pota le radici, fino a che non avrai più bisogno né di ali né di radici, ma solo di sparire nella forma e volare dall’essere che sei. La vita ti nega i miracoli fino a che non comprendi che tutto è un miracolo. La vita ti accorcia il tempo affinché tu impari a vivere. La vita ti ridicolizza fino a diventare nulla, fino a diventare nessuno, così diventi tutto.
La vita non ti da ciò che vuoi, ma ciò di cui hai bisogno per evolvere. La vita ti fa male, ti ferisce, ti tormenta, fino a quando non lasci andare i tuoi capricci e godi del respirare. La vita ti nasconde tesori fino a che non inizi il tuo viaggio e non esci a cercarli. La vita ti nega Dio, fino a che non lo vedi in tutti e in tutto. La vita ti chiede, ti toglie, ti taglia, ti spezza, ti delude, ti rompe … fino a che in te rimanga solo AMORE”
(Bert Hellinger)

Il padre. La porta del successo nella vita. 

Al giorno d’oggi è facile assistere a fatti di cronaca di ragazzi ribelli sempre contro qualcosa o qualcuno, scontri con autorità, baby gang, il vivere «contromano», il girare a vuoto senza concludere nulla, il non assumersi responsabilità, l’irrequietezza, la smania, l’aggressività e gli atteggiamenti che giungono fino alla psicosi, e come osservatrice mi chiedo spesso chi e cosa manchi nella vita di questi giovani. Lo studio pluriennale di Bert Hellinger, dapprima teologo poi psicoterapeuta e nella parte finale della sua esistenza, filosofo, è un tesoro di preziosi insegnamenti. La sua attenta osservazione ha mostrato come l’amore, per fluire libero all’interno di un sistema, di una famiglia, dipenda dal rispetto di tre ordini fondamentali: l’appartenenza, la gerarchia e la compensazione del dare e del prendere e come ogni membro agisca mosso da tre livelli di coscienza: individuale, collettivo e spirituale. Alla luce di questo, ognuno di noi, si muove agito da qualcosa di più grande, che è nella nostra storia familiare, alle nostre spalle, e condotto dallo spirito. Noi crediamo di essere liberi, di pensare con la nostra testa e di fare secondo nostre specifiche volontà, ma in quanto discendenti di una stirpe, siamo interconnessi da legami. Il legame è l’istanza di appartenenza: ciò che ogni membro deve osservare per conservare la propria inclusione al gruppo. E in natura, l’appartenenza al gruppo è un bisogno fondamentale: “Se appartengo al branco sopravvivo, se vengo escluso dal branco muoio”. Ci sentiamo quindi in buona coscienza (innocenti) se il nostro comportamento, il nostro pensiero e le nostre azioni sono in linea con le leggi che vigono nel gruppo (ad esempio, la famiglia), ed in cattiva coscienza (colpevoli) quando veniamo meno a tutto questo. Infatti, la colpa è il prezzo da pagare per uscire dai confini della famiglia o del gruppo (questa accezione della colpa non ha naturalmente a che vedere con la colpa personale, che è conseguenza di azioni gravi o di omissioni). Affrontare la colpa, dopo aver onorato la propria famiglia, i sacrifici e i doni che ha prodotto, è un passaggio importante nel diventare adulti e nell’andare nel mondo. Negli studi sistemici, abbiamo una conferma di come i traumi siano transpersonali e trasmissibili di generazione in generazione. Le costellazioni familiari e spirituali hanno ampiamente dimostrato che ci sono eventi che impattano anche su interi popoli e dunque esiste una coscienza che trascende l’individuo e lo lega a più gruppi di riferimento. 

Riporto l’esperienza di un figlio d’arte, Achille Costacurta, figlio di Martina Colombari e Billy, un ragazzo dall’esperienza travagliata e sofferta (come molti altri) ma che mostra, in maniera spiccata, come agiscono le trame sottili della famiglia e del destino dei nostri predecessori, oltre indubbiamente alla nostra specifica storia, lo scenario di nascita e la nostra coscienza individuale. 

Leggo un’intervista rilasciata da Achille, nome che secondo la psicogenealogia si collega al mito dell’eroe greco, con i suoi significati psicologici che ruotano attorno al coraggio, alla forza, ma anche alla vulnerabilità (il tallone d’Achille) e alla personalità combattiva, e il mio sguardo “dietrologico” si amplia alla ricerca delle cause al suo “male di vivere”. Mi pare evidente, dalle esperienze che narra, che il grande assente nella sua anima sia il Padre, l’archetipo dell’ordine, della legge, della disciplina, della difesa e della conquista. Achille Costacurta dice: «Volevo suicidarmi con 7 boccette di metadone. Ho anche chiesto l’eutanasia». Parla di droga, dei TSO, della diagnosi di ADHD, del tentativo di morire e dell’assenza totale di un motivo per esistere. Tutto tende al flusso d’amore interrotto nella linea maschile, forse già alle spalle del padre. Faccio così qualche ricerca sulla vita di Alessandro Costacurta, detto Billy e trovo quello che supponevo. Billy è il secondo di tre fratelli, una quarta sorella è morta in tenera età ed ha perso il padre quando aveva 17 anni. Trovò in Fabio Capello e Cesare Maldini le figure che lo aiutarono a superare quel momento difficile. Costacurta sottolinea come la disciplina e la professionalità di Capello non togliessero spazio alla vicinanza umana, un rapporto che ancora oggi lo commuove e che ha nutrito con costanza e nel tempo quel vuoto che nessun figlio vorrebbe sperimentare. Il movimento interrotto con il padre si manifesta in una separazione precoce, quando il padre non ha alcun legame interiore con il suo, in caso di adozioni o quando il padre biologico viene nascosto o rifiutato, e produce effetti non soltanto sulla psiche, ma anche sulla leadership, la capacità di conquistare un territorio, avere un lavoro e risorse economiche, mantenere vivo un rapporto sentimentale con una donna, sostentare la propria famiglia, proteggerla dai pericoli. Achille, attraverso la sua storia, sta comunicando. Verso chi guarda? Chi sono i grandi esclusi a cui tende? La dipendenza (da alcol, droghe, fumo così come da internet) sostituisce la mancanza del padre: «Io sono dipendente da te, caro Papà. Non ho mai abbastanza di te». In tutto questo emerge anche l’irretimento con il padre Billy, che ha in sé un grande vuoto nell’anima, la morte precoce di suo padre. Il figlio, facendosi carico dell’amore interrottosi alle spalle di suo padre, porta avanti questo grido di dolore e lo palesa nel mondo: «Papà lo faccio io al posto tuo». Il fumo a 13 anni, la mescalina a 18, la colluttazione con la polizia, i TSO e il tentativo di suicidio. E in questo chi voleva raggiungere Achille? Chi gli mancava così tanto, magari oltre al nonno che non ha mai conosciuto? Forse la sorellina del papà, morta in tenera età, la sua piccola zia, mai conosciuta ma che per diritto di appartenenza, ha il suo posto in famiglia da onorare. “L’invisibile domina il visibile” e spesso chi non abbiamo conosciuto, agisce in noi senza che ne siamo consapevoli.

Osservando qualche foto di questo giovane, ho il sentore che c’entri anche il suo scenario di nascita e magari il fatto che sia un gemello superstite. Molti bracciali e qualche tatuaggio, oltre a quello che sono riuscita a leggere di lui, certo non possono dire molto, ma abbastanza per comprendere che, oltre alla coscienza individuale, su di noi agisce la coscienza della stirpe che ci trascina in un destino non nostro, come il copione di un film: un film che altri membri della famiglia, prima di noi, hanno rifiutato di guardare e che uno arrivato dopo mette in scena da protagonista, per compensare l’esclusione.

I tatuaggi sono un segno d’identificazione, di riconoscimento, di comunicazione con l’esterno. Possono esprimere un non sentirsi liberi, se pensiamo ad esempio, ad una categoria di uomini nel passato come pirati, prigionieri, schiavi, gladiatori, soldati e mercenari. Possono indicare qualcuno da cui ci sentiamo separati: «Ti mostro agli altri», «Ti porto sulla mia pelle», perché nell’anima fa troppo male. Piccoli simboli, animali, figure geometriche come cerchi e triangoli, frasi poetiche o citazioni sentimentali sulla mancanza, sul vuoto, sul senso della vita, persino sulla morte, sono memorie inconsce della perdita di un gemello in utero o di fratelli e sorelle di cui si conosce solo a livello sottile, scomparsi o abortiti prima della nascita o pochi anni dopo.

E sui sogni di questo giovane mi apro alla riflessione: «L’unica cosa che mi fa avere le farfalle nello stomaco come l’amore sono i ragazzi con la sindrome di down. Perché non l’hanno scelto loro. Non è una persona che si è drogata e adesso è in mezzo alla strada. È una persona che non ha scelto di nascere così. Io li devo aiutare. È una delle poche cose che mi fa essere troppo felice. Il mio obiettivo è creare centri con i miei ideali, con i cavalli per fare ippoterapia, viaggi che voglio far fare, day hospital che voglio creare, devono essere davanti al mare, ogni ragazzo deve avere il suo labrador che lo porta a fare il bagno, farli venire anche dall’Africa perché nella religione vudù se sei albino, se sei autistico, se sei down ti ammazzano». Chissà chi parla attraverso Achille. Chissà chi è stato ammazzato perché diverso o escluso per vergogna. Certo è che, chi si pone a servizio dell’altro, è colui che ha attraversato la tempesta e l’inferno: «Conoscere la propria oscurità è il metodo migliore per affrontare le tenebre di altre persone», diceva C.G. Jung.

Anche la madre di Achille è attiva nel sociale, come volontaria e testimonial per la fondazione Francesca Rava, che aiuta bambini, adolescenti, donne fragili e nuclei famigliari in Italia e in Haiti e attivista al progetto Every Child Is My Child. Sembra quasi che l’attenzione di questa famiglia sia verso qualcuno lontano non più tornato e verso dei bambini che hanno sofferto.

Conoscere la grande opera di Bert Hellinger può fare davvero la differenza: se le famiglie, nel tempo, rimettono a posto tutto ciò che è restato sospeso o rimandato perché troppo doloroso, i destini di tutti si semplificano e si sperimentano più salute, più gioia, più armonia. E come facilitatrice sistemica, sono consapevole che questo aiuto è retroattivo, non è rivolto solo all’individuo nel presente ma risana la stirpe. Per questo l’osservazione, la ricerca della persona esclusa o rifiutata può essere l’inizio di un reale processo di guarigione. 

E il mio grazie va anche a te papà, per essere la persona che sono e per avermi insegnato che la vita è un dono da far brillare nel mondo ogni giorno con il nostro modo di pensare, di essere e di agire. Oggi è la commemorazione dei defunti e tu te ne sei andato il 30/07/25. Forse non è un caso che io, in questa giornata, abbia scritto dell’importanza del Padre.

L’amore dimenticato

“Mia figlia è infelice. Non esprime mai gioia per nulla e ora frequenta un ragazzo che non la rispetta, la controlla, che è geloso e la vincola nella sua vita. Sono successe delle cose che non ci consentono di stare tranquilli e temiamo molto per la sua incolumità…”.

Invito così la madre a fare una costellazione. La disarmonia che i famigliari vivono produce tensioni, liti e malesseri. Appare evidente che la figlia voglia indicare qualcuno che manca nel sistema. Bert Hellinger, padre delle costellazioni familiari, sistemiche e spirituali, ha individuato i tre ordini dell’amore, regole secondo cui l’amore fluisce libero all’interno della famiglia, se vengono rispettate. È chiaro che in questa famiglia c’è un disordine.  Prendo due rappresentanti che si dispongono nello spazio. Chi rappresenta Stella, la figlia, si allontana subito dal centro della sala e si dirige verso una finestra, cercando qualcuno con lo sguardo, in lontananza e dando le spalle all’altra persona. La donna che ho scelto rappresenta chi o cosa guarda Stella. La donna è molto triste, della stessa tristezza di cui la madre di Stella mi ha parlato. Ha gli occhi persi, è sconfortata. Tiene le mani sulla bocca e ciò mi fa pensare ad un non detto, un segreto, un fardello di cui si sta facendo carico da molto. Stella non si gira mai, tiene sempre lo sguardo fisso alla finestra e ogni tanto alza la tenda, si piega un po’ su sé stessa per cercare qualcosa o qualcuno oltre l’orizzonte. I movimenti dello spirito sono lenti ma inesorabili. Attendo. Attendiamo. Cambia la temperatura nella sala, e arriva qualche brivido, il freddo. Inserisco il giovane che sta frequentando la figlia, pur sapendo che lui è solo una pedina specchio affinché qualcosa di più grande sia visibile a tutti. Metto anche la madre di Stella. La figlia prova subito fastidio, nervosismo. Dice di sentirsi giudicata, che lei non va bene a nessuno… Ed ecco che si apre una via di osservazione ed una percezione si fa strada in me. Domando alla madre, seduta in sala: “Tua madre (la nonna di Stella) aveva auto un grande amore prima di tuo padre?”. La madre si commuove. Gli occhi si fanno lucidi… “Si, non ha potuto stare con lui perché la nonna (sua madre) non voleva. Ed è un po’ quello che è successo a me con mia madre, che non voleva frequentassi quel ragazzo…”. Inserisco nel campo questo primo amore della nonna di Stella. A fatica la rappresentante si gira. Tutto è congelato. La nonna si muove lentamente, quasi risvegliata da un incantesimo. La nipote è incerta, guarda dalla finestra e poi indietro a quest’uomo. Teme, non sa se fidarsi. Il dolore è palpabile. Cosa stava indicando Stella con il suo modo di essere e di agire? Il grande escluso di questa storia. L’ex partner della nonna. Hellinger ci dice che il 1° ordine dell’amore è l’Appartenenza, secondo cui tutti i membri di una famiglia hanno lo stesso diritto di farne parte, indipendentemente da ciò che hanno fatto o non fatto e indipendentemente dal fatto che siano vivi o morti. Lucio, l’ex amore della nonna, era stato allontanato e dimenticato, ma non da Maria, che ne conservava il ricordo gelosamente nel suo cuore. Chiara, sua figlia e madre di Stella, conosceva un tratto di questa storia. Chiedo se sia ancora vivo, Lucio. “No, è morto anni fa. Come è morto il mio primo amore da cui anche io fui allontanata”. Chiara ora è felicemente sposata con Riccardo, da cui sono nati Stella e Matteo ma anche lei aveva vissuto questa separazione ingiusta e un po’ di sofferenza, mista a lacrime e nostalgia, riemerge davanti la scena che sta vedendo. La figlia si è fatta carico del dolore della nonna, e anche un po’ di quello della madre, e per fedeltà familiare sta mostrando dove il flusso d’amore si è interrotto. Il doppio spostamento, nonna-nipote, indica Lucio. La rappresentante di Stella si gira e dice: “Mi pareva proprio di guardare il tavolo all’interno di un obitorio”. La rappresentante della nonna, Maria, avanza qualche passo lento verso Lucio. Lucio guarda con amore Stella e Maria. Finalmente il primo amore viene raggiunto in questa dimensione in cui lo spirito mostra che nessuno può essere escluso dal sistema, nessuno può essere lasciato indietro. Il sistema familiare è come un grande cerchio che non accetta vuoti. La coscienza collettiva, agendo su Stella, ha vigilato sull’appartenenza di tutti gli individui al gruppo e compensa qualsiasi torto subito dai predecessori. Questa coscienza, che non viene percepita dall’individuo, si prende cura degli esclusi finché essi non trovano un posto nei nostri cuori. Gli esclusi, infatti, non scompaiono mai veramente e trovano un modo per tornare, per farsi sentire, spesso attraverso le vite e i destini di coloro che vengono dopo e che qui abbiamo visto agire attraverso l’Amore cieco di Stella e l’irretimento, ossia l’identificazione inconscia con sua nonna. Dopo il delicato e caldo ricongiungimento con Maria, Lucio avanza verso Stella che fatica a stare in piedi, sopraffatta da una stanchezza che ha attraversato anni di silenzio e sofferenza. Stella si siede. Deve respirare, con calma. La delicatezza delle movenze, delle espressioni, è carica di emozioni. Respiriamo. Tutti. Finalmente Lucio è tornato. Lucio può essere visto. Può essere ricordato. Lui appartiene, perché al sistema appartengono anche gli ex partner dei nostri nonni, non solo dei nostri genitori. Grazie al loro essersi messi da parte, quindi al loro sacrificio, la discendenza ha potuto manifestarsi. Va dato il posto che meritano. Il giusto posto, la giusta posizione. Dove giusto significa in ordine di venuta, come spiega Hellinger, nel secondo ordine dell’amore, la Gerarchia. Il ragazzo frequentato da Stella è sempre rimasto marginale alla scena. Stella non lo ha mai guardato. Chi lo rappresenta sa di non aver nessuna importanza e non mostra interesse per Stella. Il suo compito era solo quello di rendere impossibile un amore per Stella, come impossibile era stato l’amore di sua nonna. La nipote doveva solo esser infelice. Come infelice era stata la nonna e per un breve tratto anche sua madre. Il sistema ora è in equilibrio. Ci ha mostrato che ogni storia, ogni persona, ha un valore e un peso che non può essere ignorato. Adesso l’amore di Stella è un amore consapevole, non più cieco. Può vedere l’altro e riconoscerne la grandezza. Una grandezza non solo per l’ordine di venuta ma perché ognuno porta su di sé il proprio destino, come diceva Hellinger. Quando includiamo “chi manca” diciamo nel nostro cuore: “Io ti vedo, ti riconosco, hai un posto tra noi”, così restituiamo dignità a chi l’ha persa e creiamo spazio per un libero fluire nella nostra vita. 

Il giorno dopo la costellazione, Chiara, la madre di Stella, mi dice di esser andata in cimitero con sua madre, a portare un saluto e un fiore sul luogo di riposo dei loro ex partner. E lì lo spirito ha fatto il resto. La nonna di Stella si è liberata di un grande peso che portava da oltre 60 anni, raccontando alla figlia degli abusi subiti quando era una piccola bambina. Lei che non sapeva cosa fosse l’amore, lei che non riusciva più a fidarsi degli uomini, lei che aveva perso l’innocenza e aveva visto i suoi sogni infrangersi senza potersi confidare con nessuno. Ora tutto era limpido. L’amore a cui aveva dovuto rinunciare due volte, da bambina e da ragazza, aveva lasciato il posto ad un grande vuoto e un’infinita tristezza. Quella tristezza che abitava dentro Stella e che grazie a questa rivelazione, oltre al ritorno di Lucio in famiglia, poteva dare una nuova opportunità a queste donne. Ora Chiara vede con occhi diversi sua madre e sua figlia. Ha capito molte cose. Si sente più serena. A questo conducono le costellazioni, alla riconciliazione. Lo spirito ci mostra la via. Sta a noi seguirla con fiducia per vivere meglio con ciò che abbiamo. Non è possibile cambiare il passato, ma possiamo farne una forza. E la forza di questa famiglia, ora, è l’amore che è tornato a fluire liberamente.

Per rispettare la privacy delle persone coinvolte, i nomi utilizzati sono di fantasia.

Il nome è vibrazione. Racchiude programmi e memorie

Qualche giorno fa mi sono soffermata sulla foto di un neonato che mi ha colpito per il nome che riportava. Thomas Buio. Occupandomi da anni di sistemica, mi viene spontaneo per ogni fatto di cronaca, allargare lo sguardo oltre il noto e il visibile e domandarmi: “Chi manca”, “Qual è la persona esclusa o allontanata”, “Chi prima di lui/lei”, “Chi sta seguendo…”. Così quel “Buio” mi ha portata a leggere l’articolo che narrava la storia del piccolino. La mamma, incinta di tre mesi, perde il compagno, padre del neonato, per un incidente col suo camion. Subito immagino lo straziante dolore di lei e di riflesso le emozioni del piccolo, tra segnali biochimici, variazioni di umore e battito cardiaco…un ambiente difficile in cui crescere, nonostante l’amore di tale concepimento. Si sa che la qualità del benessere della madre influisce sull’ambiente emotivo del feto, e una gravidanza serena favorisce uno sviluppo sano. Sicuramente questa mamma ha lottato per non cedere al dolore e dare il meglio a suo figlio ma le memorie agiscono indipendentemente dalla nostra volontà, così come fanno i nomi.

Hellinger, fondatore delle costellazioni familiari, sistemiche e spirituali, ha dimostrato come la famiglia sia un organismo intero e complesso, formato da più parti e in relazione tra loro, che obbedisce a delle regole. Le relazioni tra i membri sono sottoposte ad una legge inconscia che, come fine, ha quello di mantenere l’esistenza, l’equilibrio e il benessere della famiglia. Egli, rintracciando, studiando, sperimentando e verificando tutte le conoscenze a sua disposizione, fu il primo a scoprire che l’amore ha bisogno dei suoi ordini per poter fluire. E questi ordini sono: l’appartenenza, la gerarchia e la compensazione. Ogni essere umano concepito ha diritto di appartenenza al proprio sistema familiare, nessuno può essere escluso. Ogni individuo all’interno del sistema familiare ha un suo giusto posto (ordine di rango). Tutto ciò che viene dato deve essere restituito (equilibrio tra dare e ricevere).  Ecco che gli esclusi (dati via, non nati, abortiti, allontanati per malattie mentali, crimini, dispersi, non più nominati perchè omicida o suicida…) non scompaiono mai veramente ma trovano un modo per tornare, per farsi sentire, spesso attraverso le vite e i destini di coloro che vengono dopo e che potrebbero non avere successo, perdere il lavoro e il denaro, essere invisibili, manifestare sintomi e fenomeni specifici, non realizzare i propri progetti. I casi possono essere i più svariati e solo tramite una rappresentazione sistemica, la coscienza collettiva di cui la persona non è mai conscia, ma che agisce sempre su ogni membro, può mostrarsi in queste dinamiche, essere quindi vista, accolta ed integrata.

Anche i nomi dati in ricordo di qualcuno hanno un peso. Specie quando si tratta di persone decedute. Pensate ad un bimbo, si chiama Vincent. Muore e nasce il fratello. Anch’egli si chiamerà Vincent. Vi sto parlando di un noto artista del passato, Vincent Willem Van Gogh. Suo fratello primogenito nacque morto. L’anno successivo, ed esattamente lo stesso giorno e lo stesso mese nacque il Vincent Van Gogh da tutti conosciuto. Dalla nascita ha raccolto l’eredità del lutto dei suoi genitori e, indubbiamente l’incompiuto del fratellino nato morto, che è stato privato del diritto di appartenenza dando il suo stesso nome al fratello nato vivo. Inconsciamente è stato detto al primogenito: “Tu non esisti”. E per diritto di appartenenza anche i non nati fanno parte del sistema e rientrano ricordati da un discendente che si farà carico del loro destino. Non ci si può quindi meravigliare della costante battaglia di Van Gogh per trovare una sua identità nella vita quotidiana ed uno stile, nella sua arte, che appartenesse unicamente a lui.

La psicogenealogia studia come i vissuti, i traumi e le esperienze irrisolte dei nostri antenati influenzano le generazioni successive, determinando inconsciamente comportamenti, emozioni e scelte di vita. I nomi sono visti come simboli carichi di significato, che danno indicazione sul destino. Possono rivelare legami, traumi o debiti non espressi degli avi che condizionano inconsciamente la vita dei discendenti, portando a ripetizioni di schemi o sindromi, come la sindrome da Anniversario. Questa si manifesta  nella coincidenza di periodi o date significative, come nascita (vedi Vincent Willem Van Gogh), matrimonio, morte, incidente di membri familiari, con l’insorgere di sintomi, fenomeni o il verificarsi di infortuni allo scadere di una certa età o di una data particolare.

Torniamo a Thomas, che nasce a sei mesi dalla dipartita del padre. Ne porta il nome, in onore. Ma questo lo carica anche di altro. E di molte aspettative. Deve sostituire un grande vuoto. Deve sostituire chi non c’è più e portare a compimento l’irrisolto di chi prima di lui. Pensate a che livello di pressione vivrà la sua vita. «Thomas», spiega la mamma «l’ho scelto in ricordo del papà, che purtroppo il nostro bambino potrà conoscere solo attraverso le foto ed i miei racconti. E Buio, che al di là delle apparenze, in realtà porta con sé un significato positivo: perché anche nell’oscurità, quella che mi ha avvolto quel terribile 24 febbraio, c’è sempre una luce meravigliosa che illumina il cammino. Come questo bimbo che con i suoi capelli biondissimi sembra proprio squarciare le tenebre, simile ad un fascio di luce, ricordando i tanti momenti stupendi che io e suo padre abbiamo vissuto insieme soprattutto di notte». 

Le parole hanno una vibrazione e buio significa assenza di luce. Per quanto belli siano i ricordi di questa donna, questo piccolino ha un tracciato molto impegnativo da seguire. Ricordare alla stirpe il padre ogni giorno. Essere al massimo delle aspettative di tutti. Non vivere una propria identità. Non brillare di luce propria. Ricordarsi e ricordare costantemente questo lutto.

Dal mio cuore auguro tutto il meglio a quest’anima. Ed invito ognuno di noi a profonde riflessioni prima di ogni scelta.

La seconda possibilità

26 maggio 2025

Sabato i miei figli percorrono una strada mai fatta prima per recarsi in un posto noto. Decidono così, all’improvviso. Tre amici, tre bici. A mio figlio arriva un messaggio sul telefono. Si ferma per leggerlo. Accosta, abbassa lo sguardo e… scorge un piccolo gattino sul ciglio della strada. Sono a 2km da casa. Lo salvano. Un amico prende il micetto stremato e con gli occhi chiusi e lo poggia sul petto. Sale dietro la bici di mio figlio. L’altro mio figlio guida la sua e porta l’altra prendendola per una manopola del manubrio. Mi chiamano per raccontarmi ed avere aiuto. Attivano le prime cure mentre io chiamo un volontario Oipa. Hanno intanto sistemato il micetto al caldo, nella cuccia di un nostro cane, con dei panni. Gli danno dell’acqua con siringa e del tonno, pressato con le dita e portato accanto alla bocca. Riesce ad alimentarsi, sempre con gli occhi chiusi e tremando un po’. Intanto il volontario Oipa fa il lavoro a metà, passa la notte e metà mattinata. Mi attivo e Giulia, che si occupa dei micetti fragili, mi dice di portarglielo. Carichiamo il piccoletto in auto e percorriamo 30 km. Lei verifica lo stento, la disidratazione, l’anemia. Gli apre gli occhietti. Lui la fissa, lei gli ha già trasmesso la forza di farcela. Lo lava con amore, inizia a togliergli i vermetti che escono dalle sue parti intime. Lo disinfetta. Lo nutre e oggi andrà dal veterinario. Forse ce la farà. Noi abbiamo fede in lui. E ho fede nello spirito. 𝑬 𝒕𝒖 𝒉𝒂𝒊 𝒇𝒆𝒅𝒆 𝒊𝒏 𝒕𝒆, 𝒆 𝒏𝒆𝒍𝒍𝒂 𝒗𝒊𝒕𝒂? Perchè questo dopo le costellazioni che ho condotto venerdì sera? Perchè la frase di una donna, nel movimento interrotto col padre, riecheggia nel mio cuore: “𝑻𝙪 𝙢𝒊 𝒉𝙖𝒊 𝒓𝙤𝒗𝙞𝒏𝙖𝒕𝙤 𝙡𝒂 𝒗𝙞𝒕𝙖. 𝑬 𝒂𝙣𝒄𝙝𝒆 𝒎𝙞𝒐 𝒇𝙧𝒂𝙩𝒆𝙡𝒍𝙤 𝙚̀ 𝙢𝒐𝙧𝒕𝙤 𝙥𝒆𝙧 𝙩𝒆!” Queste sono le nostre immagini interiori. Ciò che ci impedisce la felicità e la realizzazione. Quello che ci raccontiamo per sopravvivere. Mentre la nostra vita scorre tra le mani. Ci sfuggono così le seconde possibilità e quella mano tesa in grado di portarci a sanare quel legame spezzato, a ricostruire quel vecchio ponte rotto. E ho visto il micetto aggrapparsi alla mano dei miei figli, e quella bambina ferita cercare l’abbraccio e l’amore di un padre congelato in un dolore di altri padri assenti, continuare a cercarlo in uomini altrettanto assenti. E come diceva Hellinger: “𝙨𝒊 𝒂𝙥𝒑𝙧𝒐𝙙𝒂 𝒂 𝒄𝙞𝒐̀ 𝒄𝙝𝒆 𝒔𝙞 𝙧𝒊𝙛𝒊𝙪𝒕𝙖”. E quella bimba, rifiutando il padre, veniva rifiutata dagli uomini che lei voleva amare, per amare se stessa e il suo papà. Per amore, un amore cieco che non vede l’altro ma che vuole salvarlo, togliendogli dignità e responsabilità, volendo noi riempire le nostre mancanze. Ma l’accettazione è fondamentale per la guarigione interiore e l’evoluzione. La vita è sacra. Ci viene da molto lontano. Ci viene prima della madre e del padre. È dello spirito. E quel micetto ci si è aggrappato. In un piano sottile che ha portato i miei figli su quella strada. E io non so se la madre è morta, lo ha abbandonato, si è perso o altro. So solo che lo spirito ci dà seconde possibilità. La felicità è davanti, diceva Bert. Ed è così che dovremmo vivere. Cogliendo l’amore dello spirito che ci conduce su nuove strade, con la forza alle spalle del nostro passato! 𝕀𝕠 𝕙𝕠 𝕗𝕖𝕕𝕖 𝕚𝕟 𝕢𝕦𝕖𝕝 𝕞𝕚𝕔𝕖𝕥𝕥𝕠. 𝔼 𝕥𝕦 𝕙𝕒𝕚 𝕗𝕖𝕕𝕖 𝕚𝕟 𝕥𝕖, 𝕟𝕖𝕝 𝕥𝕦𝕠 𝕤𝕡𝕚𝕣𝕚𝕥𝕠 𝕖 𝕟𝕖𝕝𝕝𝕒 𝕧𝕚𝕥𝕒?Grazie alla Vita. Grazie allo spirito. Grazie ai miei figli. Grazie al micetto. Grazie a Giulia. Grazie alla donna che, nel suo movimento con il padre, ha guarito anche me, anche noi, in questo viaggio di rinascita.

29 maggio 2025 – Che poi non si dica il contrario! 𝑳𝒂 𝒗𝒊𝒕𝒂 é 𝒖𝒏𝒂 𝒈𝒓𝒂𝒏𝒅𝒆 𝒄𝒐𝒔𝒕𝒆𝒍𝒍𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆. Bert ha scoperto gli ORDINI DELL’AMORE (Appartenenza, Gerarchia e Compensazione). Mio figlio è un gemello superstite. In questa storia ci ho visto anche il suo voler dare riconoscimento e posto al gemello scomparso (appartenenza e gerarchia). E oggi sento Giulia, che si sta prendendo cura del micio e mi dice: “Io voglio chiamarlo Bert, non ti sembra meglio?” Certo rispondo. Bert è fichissimo!
Giulia non sa di Hellinger ma la coscienza si!

3 giugno 2025 – A causa di ulcere agli occhi, Bert è stato sottoposto urgentemente ad un intervento chirurgico di autotrapianto, detto graft congiuntivale peduncolato. Gli è stato prelevato del tessuto congiuntivale (la membrana che riveste la superficie dell’occhio) da un’area sana ed è stato utilizzato per coprire la lesione corneale, sostenuto da un peduncolo che permette la vascolarizzazione e la guarigione. Molti hanno partecipato alla raccolta fondi e ciò ha permesso di sostenere l’operazione ed alleviare il fondo di Gino Meraviglia, affinchè ci sia sempre chi, come noi, crede nella vita, nell’amore, nello spirito e nelle Seconde possibilità!

30 giugno 2026 – Grazie all’intervento agli occhi, Bert ha recuperato la vista per quello dx mentre il sx è stato asportato, a causa di seria problematica. Il medico che ha effettuato l’intervento ci aveva informati che avrebbe fatto il possibile date le condizioni, per cui vederlo muoversi, giocare, correre e saltare con un occhietto ci dà molta gioia, poteva perderli entrambi. Bert è il nostro Re Pirata, un simbolo di solidarietà, collaborazione, cooperazione, amore che ci ha uniti tutti in un unico abbraccio d’aiuto e di sostegno. Bert non ha mai mollato la vita e noi siamo felici di aver contribuito alla sua Seconda Possibilità. C’è già chi lo vuole adottare e lo sta solo aspettando appena avrà finito le cure amorevoli di Giulia.
Bert ti auguriamo il meglio! Sei nel nostro cuore.

2 agosto 2025 – Oggi mio figlio compie 14 anni ed il micio recuperato allo stremo delle forze ed in fin di vita, amorevolmente accudito da Giulia, è stato adottato. Un regalo speciale per Mattia ed un regalo speciale per Bert, che entra nella sua famiglia umana. Sicuramente riguarda il tema del gemello superstite, ne sappiamo qualcosa! Un grazie di cuore a quanti hanno partecipato a questa storia di solidarietà, di aiuto e di amore. E buona vita nuova Bert, te la meriti tutta!